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Roma. Via Sacra e Arco di Tito. Foto da archivio Telegraph.co.uk

Questo è il primo giorno del resto della tua vita.

Quante volte abbiamo letto o ascoltato un’osservazione simile?
Per essere un luogo comune, un esempio di retorica fra i più abusati, rimane comunque una bella frase. Buona per ogni cambiamento o rito di passaggio che tracci un solco netto fra un prima e un dopo, una pacca sulla spalla – al diretto interessato da quel dopo – che lo esorti a coglierne gli aspetti positivi.
Un modo per dirgli: animo, guarda la strada che hai davanti a te, e falla tua.

Oggi, per la precisione, è una data che comporta quel genere di cambiamenti.
E’ il primo di luglio, e come i giornali sportivi non hanno mancato di titolare a tutta pagina, si apre ufficialmente il calciomercato. Ignoro se si tratti di una coincidenza, o di un rapporto di causa e effetto, ma si dà il caso che i contratti di calciatori e allenatori, quanto meno in Europa, scadano il 30 giugno. Cioè ieri. Non per tutti, ovviamente, solo per coloro che fossero stati all’ultimo anno di ingaggio.
Fra di essi ce ne sono diversi a cui il contratto non verrà rinnovato, e che dunque da oggi sono liberi di cercarsi una nuova squadra, o di voltare pagina e dedicarsi ad altro. Si definiscono svincolati, che è un modo elegante per non chiamarli disoccupati. Di lusso, per carità, ma pur sempre tali, e con la necessità – al pari di chiunque altro, povero, ricco o a metà strada che sia – di doversi reinventare.

Di conseguenza, per alcuni protagonisti del nostro sport preferito, che fra campo e panchina vivono di calcio da quando ancora compitavano le tabelline sui banchi di scuola, quest’oggi è davvero il primo giorno del resto della loro vita.
Ma non voglio essere ipocrita, continuando a scriverne al plurale. A questo giro di giostra, ce n’è solo uno fra i tanti di cui mi importi davvero. Di cui mi importa molto. Sapete tutti di chi sto parlando, che ve lo dico a fare. Di Francesco.

E anche se il rito di passaggio che lo riguarda si è consumato qualche settimana fa, a fine maggio, in una serata di amore, di passione e di lacrime, da stamattina fa un certo effetto aprire la Gazzetta e leggere il suo nome in mezzo a quelli dei giocatori in uscita della mia, della nostra squadra del cuore. Con a fianco quella parola, ineccepibile sotto il profilo linguistico, ma (trattandosi di lui) di una malinconia che non si può descrivere. Svincolato.
La vita è un brivido che vola via, direbbe qualcuno. Sembra ieri che ci siamo incontrati, e son già passati ventiquattro anni. E punto.

Sì poi, d’accordo, in realtà ce n’è già un altro, di contratto, pronto da tempo, manca solo una firma per renderlo attivo. Ma non sarà più la stessa cosa, perché non è un contratto da calciatore, ma da dirigente. In quale ruolo, ancora non è chiaro. Non si sa ancora nemmeno se Francesco avrà voglia di firmarlo, già ora, o se invece deciderà di ascoltare la passione e continuerà a giocare per qualche tempo, in un altrove che per il momento non è dato immaginare.

In ogni caso, sarà diverso.
E allora ripenso a quella sera di maggio, a ciò che ho provato nel vederlo, con la sua piccolina in braccio, che iniziava il giro d’onore poco sotto la tribuna in cui mi trovavo; ed eravamo tutti quanti, lui per primo, sopraffatti dall’emozione e dallo sconfinato, reciproco affetto. (Perché io ero lì, naturalmente. Allo stadio, a salutare Francesco. Dove altro avrei potuto essere?)
Ripenso al mio vagare solitario tra i Fori Imperiali e il Colosseo, più tardi nella notte, in cerca di risposte esistenziali al cospetto di quelle maestose antiche pietre. E per trovarle le ho trovate, le risposte, che la Città Eterna non delude mai, è sufficiente abbandonarsi al suo abbraccio e ti rivela anche ciò che non sapevi di dovere assolutamente scoprire. (Ci sarà tempo per parlarne.)

Mi ritorna in mente uno striscione, una fra le tante folgorazioni di arte drammatica popolare che hanno punteggiato quella serata. Una frase di struggente, fanciullesca tenerezza: abbracciami fino a che non torna Francesco.

E pazienza se qualche giorno dopo ho scoperto non essere uno spunto originale, ma ripreso da un omaggio dei tifosi del Boca a Riquelme, abrazame hasta que vuelva Román. Che a loro volta l’avranno forse tratta da una canzone, una poesia, un film, chi lo sa. Non importa. La sola cosa che importa è l’inaspettato sorriso che sgorga da un’idea che, in prima analisi, parrebbe solo una bella favola, un sogno malinconico, il frutto dell’incapacità di un bambino di accettare l’evidenza dei fatti. E invece non lo è. Esprime con perfetta semplicità un sentimento non solo autentico, ma gioioso e niente affatto illusorio.

Perché Francesco, da oggi, ufficialmente, non è più un calciatore della Roma, ed è una cosa che solo a pensarla, ancor prima di scriverla, fa male.
Ma al tempo stesso, anche non sapendo ancora in quale vesta tornerà, quel che è certo, ed è confortante, ed è bello, è che – pur se d’ora in poi sarà diverso – abbiamo ancora un sacco di strada da fare insieme. Tutta quella che ci resta.

Un abbraccio, Francè.
Questo è solo il primo giorno del resto della nostra vita.

 

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