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Foto con dedica e autografo di Rudi Voeller, giuntami da Trigoria nell’aprile del ’91 in ringraziamento di una mia missiva di auguri per il compleanno del centravanti tedesco, che cade il 13 del mese

Il calcio è bello perché a volte fa ridere.
Capita che facciano ridere i protagonisti, che a dispetto delle migliori intenzioni di tanto in tanto risultano di rara comicità involontaria.
Più spesso, a far ridere è chi scrive, argomenta o discetta di calcio.
Una lezione che ho imparato al compimento della maggiore età, dunque da oltre un quarto di secolo (certo che, detta così, suona alquanto solenne).
Ogni volta che sento o leggo certe cose, mi ritorna in mente.

Correva la primavera del 1989, quasi a ridosso dell’estate.
A inizio stagione, la Roma era stata costruita con un mix fra investimenti importanti (alcuni azzeccati, in primis Rizzitelli, altri assai meno; alzi la mano chi riesce a non ridere ripensando a Renato “Gaucho” Portaluppi e, soprattutto, ad Andrade, arrivato dal Brasile col soprannome di Marajà e subito ribattezzato Er moviola, chissà poi perché) e prestiti eccellenti, come il milanista Daniele Massaro; che voleva convincere Berlusconi di essere un giocatore completo e non soltanto dalla vita in giù, ovvero bravo solo a correre, come sosteneva Sua Emittenza. Massaro raggiunse il proprio obiettivo personale, perché in quella Roma lì, non tanto quanto a uomini, che la rosa non era poi così male, tutt’altro, ma quanto a rendimento, mettersi in mostra non gli fu difficile.

I romanisti meno giovani se la ricorderanno di certo, quell’annata infelice; anche perché, dopo l’ottimo terzo posto ottenuto al termine della stagione precedente, e con i nuovi ingaggi di cui sopra, le aspettative erano alte.
E invece.
Invece, qualunque squadra transitasse per l’Olimpico era fiduciosa di fare almeno 3 goal. E quando dico qualunque, intendo proprio qualunque. Compreso il Pescara, che da quella gita nella Capitale se ne tornò felice in riva all’Adriatico, forte di una tripletta siglata dal brasiliano mormone Tita.
Che, per carità, l’anno prima aveva vinto la Coppa Uefa da titolare con il Bayer Leverkusen, dunque non è che fosse proprio un pirla qualunque; ma quel pomeriggio lì, a Roma, con indosso la maglia del Pescara, credo se lo ricordi ancora adesso.

Il risultato più comune delle partite interne della Maggica, quell’anno, era 3-1. Per gli avversari. L’uno di solito lo faceva Voeller. Un vero signore e campione autentico, già solo per il fatto che uno dei più forti centravanti al mondo si sbattesse a cantare e portare la croce in pressoché totale solitudine; tanto che, con ironia tutta romana, i tifosi dicevano che si facesse i cross da solo e se li andasse poi a ricevere e finalizzare, visto lo scarso supporto che riceveva dai compagni. Inutile aspettarselo da Renato, il supporto, tanto per dirne uno; a lui, arrivato dal Flamengo come il nuovo ottavo re di Roma, le discese sulla fascia venivano meglio sulle piste dei locali notturni.
Il 3, poi era un numero ricorrente anche per altri motivi. Si trattava del voto standard che sui giornali del lunedì veniva attribuito a Giannini, capitano e principe senza corona, che in certe partite si nascondeva dietro gli avversari pur di non farsi dare il pallone, lasciando che fossero altri a cercare di reggere la baracca. A questo proposito, ci fu chi pensò, e che scrisse: ma se anni fa si dava dell'”abatino” a Rivera, per via di un atteggiamento non proprio gladiatorio, mo a Gianni’ che je dovremmo di’?
Ma si sa che, quando una stagione va male, tutta la squadra ne risente, specie i giocatori più tenici. E comunque, nonostante tutto, Giannini quell’anno era uno dei pochi (altri) che riusciva a metterla dentro, e segnò qualche goal importante.

Fu quasi un miracolo sportivo arrivare a inizio giugno dell’89 a pari punti con la Fiorentina, e guadagnarsi il diritto a disputare uno spareggio con la Viola per accedere all’ultimo posto Uefa disponibile. Il merito fu in gran parte di Rudi, l’unico che non si arrendeva mai, e che negli ultimi due mesi di campionato si caricò ancor di più la squadra sulle spalle, e una rete oggi una domani la fece arrivare all’insperato traguardo dello spareggio.
Uno spareggio giocato sul neutro di Perugia, e perso 1-0. Sapete chi segnò? Roberto Pruzzo. Proprio lui, “O Rey di Crocefieschi”, il grande bomber giallorosso, campione d’Italia nell’83 e tre volte capocannoniere della Serie A con la maglia giallorossa. In estate la Roma lo aveva ceduto alla Fiorentina, ritenendolo a fine carriera. In effetti, quella fu la sua ultima stagione da professionista, nella quale mise insieme appena sei presenze. Quello spareggio fu la sua ultima partita, e quella rete il suo ultimo goal. Non solo. Quello fu l’unico goal che mise a segno, in tutta la stagione. E lo fece proprio contro la Roma, di testa, la sua specialità. E esultò, altroché che se esultò, mica come i giocatori di adesso che fanno tante manfrine quando segnano alle loro ex squadre. Lui esultò perché era un professionista ed era contento di aver segnato, dimostrando alla società a cui aveva legato la maggior parte della propria vita da calciatore (cioè la Roma, che dopo essersi tanto amati lo aveva scaricato senza offrirgli la possibilità di terminare la carriera in giallorosso), che il suo mestiere, magari a gettone, lo sapeva ancora fare.

Dunque, tutto il duro lavoro di Voeller alla fine risultò inutile, ai fini di una qualificazione alle coppe europee. Ma gli valse quanto meno un po’ di riconoscimento da parte della società, e degli addetti ai lavori.
Da parte dei tifosi, non ce n’era bisogno. Loro già lo amavano. Gli cantavano Vola/ Tedesco segna e vola/ sotto la Curva vola/ fai vincere la Roma sull’aria di La notte vola della Cuccarini. Lo amavano allora, l’avrebbero amato nei secoli, lo ameranno finché ci sarà vita. Amore totalmente ricambiato, peraltro.
Perché un tedesco volante è per sempre. Proprio come Roma. E come la maglia giallorossa, di cui Rudi Voeller è stato uno dei più nobili alfieri.

(continua qui)

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