Tag
#chegiocatori, #coincidenzeastrali, #illustricompleanni, #JuveRoma, #laprimavoltaalDelleAlpi, #nottimagiche, #quasigoal, #slidingdoors

(Riassunto delle puntate precedenti: anni complicati e faticosi, fra demoni urlanti, strade infinite e svariate motivazioni per voler essere altrove).
La prima volta al Delle Alpi fu una riedizione della mia prima volta allo stadio in assoluto, vissuta al vecchio Comunale: un Juventus-Roma. La sfida per eccellenza fra le due regine degli anni ’80, che per me è stata e sarà sempre la madre di tutte le partite. Anche in tale nuova occasione ci andai da “infiltrato” col bus dello Juventus Club di Bra, stavolta insieme al mio vecchio.
Quel pomeriggio pioveva, chissà per quale motivo i cancelli vennero aperti tardi e noi, lì fuori in fila ad aspettare, ci bagnammo un po’. Pazienza. Partita bagnata partita fortunata, si sarebbe detto. Ci mancò poco che lo fosse davvero.
Era la quarta giornata del campionato 1992-93, per la precisione il 27 settembre. Mi sono reso conto solo in queste immediate circostanze, mentre recuperavo i dati della partita – nonché i biglietti custoditi nella mia scatola delle reliquie – di che giorno fosse: il compleanno di Checco. Che giocava in Primavera e che, proprio quel giorno, compiva sedici anni. Di lì a pochi mesi, a fine marzo, avrebbe esordito in Serie A da giovanissimo, collezionando seppur fugacemente la prima delle sue seicentodiciannove presenze – contando solo quelle in campionato – con la maglia della Roma. L’unica che avrebbe mai indossato, nazionale a parte. All’epoca di Checco non sapevo nulla, ma a riscoprile, oggi, simili coincidenze mi suonano con un segno, un auspicio.
Ricapitoliamo. Avevo assistito alla mia prima partita della Roma dal vivo in aprile, il mese in cui secondo gli storici tutto ebbe inizio (questa cosa è la seconda volta che la scrivo, prima o poi te la dovrò spiegare, ci arriveremo), all’età dei miei quindic’anni, quasi sedici.
Qualche tempo dopo, la mia seconda partita della Roma dal vivo, stesso avversario, stessa città, stadio diverso: a compiere sedici anni, nel medesimo giorno, è colui che diventerà il più grande di tutti, il mio Capitano Eterno. La nostra luce, il nostro vanto.
Gli antichi romani, che a queste cose non solo prestavano molta attenzione ma ne traevano profondi convincimenti, in tali convergenze celesti leggerebbero sia un presagio di grande augurio che il chiaro volere degli dei. Io non credo agli dei (o quanto meno non a quel genere di dei, come sappiamo), ma non posso fare a meno di scorgervi un evidente filo conduttore. Un intreccio, tu chiamalo se vuoi un destino. Il richiamo di casa, sempre più forte.
Rispetto agli anni ’80 molti degli interpreti erano cambiati, ed entrambe le squadre annoveravano diversi protagonisti dei mondiali italiani. A rileggere i tabellini riscopro, non senza sorpresa, la quantità e la qualità di grossi calibri presenti quel giorno in maglia bianconera: a partire dal portiere, Angelo Peruzzi, un ex ancora giovane ma già molto rimpianto, per arrivare al divin codino di Roby Baggio. La Juventus 1992-93 era una corazzata.
Da par suo, la Roma di Boškov poteva contare su un discreto numero di elementi di spicco, Aldair e capitan Giannini su tutti, e su un manipolo di onesti gregari.
A dispetto dei tanti nomi notevoli fra campo e panchina da ambo le parti, e della forza soverchiante, almeno sulla carta, della Juventus, la partita risultò piuttosto modesta e priva di grosse emozioni; indubbiamente, lo spettacolo risentì del campo appesantito dalla pioggia. Al quarto d’ora passarono in vantaggio loro con Möller, cinque minuti dopo pareggiò in mischia Aldair; dopodiché, non successe quasi più nulla di memorabile, nonostante una massiccia quanto sterile supremazia territoriale dei padroni di casa.
Proprio in vista del novantesimo ci fu l’unico vero sussulto, un’azione improvvisa che parve subito decisiva e di cui potei apprezzare benissimo l’intero svolgimento poiché, per la prima volta, assistevo a un incontro dal rettilineo dei distinti centrali ed ero sistemato piuttosto vicino al campo.
Roberto Muzzi, subentrato a Rizzitelli per l’ultima mezz’ora di gioco, ricevette palla in posizione di ala destra poco oltre la metà campo offensiva e, approfittando dello scivolone del suo marcatore sull’erba bagnata e viscida, si involò in contropiede solitario. La Juventus, tutta proiettata in avanti alla ricerca della vittoria, si fece cogliere piuttosto sbilanciata e scoperta; in due balletti Muzzi si ritrovò di fronte a Peruzzi venutogli incontro al limite dell’area, lo superò in dribbling e tirò in porta.
Con un pizzico di freddezza in più, nonostante i due difensori avversari che erano scesi a coprire lo specchio lasciato incustodito dal loro portiere, il ragazzo avrebbe potuto piazzare la palla di precisione, regalarsi una gloria imperitura e regalare alla Roma (e a me) una clamorosa vittoria in zona Cesarini, in rimonta e da sfavoriti, in casa dell’avversario per antonomasia. Invece non successe niente di tutto ciò, perché il tiro di Muzzi centrò il gambone di Júlio César e la fiammata di sorpresa e di speranza fini lì.
Io, che seguendo l’azione mi ero alzato in piedi dal mio seggiolino, incredulo ma pronto a esultare come un matto e rivelare all’intero stadio il mio core giallorosso, mi risedetti ancor più incredulo, pensando a come fosse stato possibile sprecare a quel modo un’occasione del genere. Non potei fare a meno di formulare il classico e, se vogliamo, scontatissimo pensiero da tifoso deluso in simili circostante, cioè che quel goal pareva così facile da realizzare che avrei potuto segnarlo anch’io.
Col tempo, di cotanta subitanea illusione naufragata sul più bello mi sarei rifatto non una ma ben due volte (non nel senso che avrei segnato io, capiamoci), ma questa è un’altra storia.
Orsù, archiviata quella partita contro l’avversario di una vita il giorno dei sedici anni di Checco, ai tempi in cui anche il mio avversario quotidiano, lo spregevole Demone Biondo, era juventino – come stupirsene, del resto, ve’? -, è finalmente giunto il momento di parlare di Anna. Stavolta davvero, e senza ulteriori indugi.
Daje.
(segue)
CREDITS, NOMI E RIFERIMENTI:
Anna | Checco | Il Demone Biondo | Pluto | Il Principe | Roma (associazione sportiva), daje sempre | Sebino | La seconda squadra di Torino
e poi
AS Roma 1992-93, un triste decimo posto in campionato e una finale di Coppa Italia persa con il Torino, entrambe cose che, per il potenziale non eccelso ma comunque interessante di quella squadra, gridano ancora vendetta.
Roberto Baggio, uno dei più grandi numeri dieci del calcio italiano, non ha certo bisogno di presentazioni. La sola cosa che posso sottolineare qui è quale privilegio sia stato vederlo giocare.
Vujadin Boškov, vecchia volpe del calcio e del buonumore, autore di aforismi memorabili – il mio preferito: “Gullit è come cervo che esce di foresta” – , rimase alla Roma un solo anno, non altrettanto memorabile, facendo comunque in tempo a fare esordire Checco in Serie A.
Campionato di calcio di Serie A 1992-93, quando eravamo re: il miglior campionato d’Europa, un sacco di grandi giocatori distribuiti in almeno sei-sette squadre, una delle quali, piuttosto clamorosamente, quell’anno retrocesse in B.
Campionato mondiale di calcio 1990, la delusione della semifinale persa ai rigori contro l’Argentina, la consolazione di vedere il mio Rudi alzare al cielo la coppa del mondo nel suo e nostro stadio.
Claudio Paul Caniggia, attaccante argentino, famoso per la velocità di corsa e la lunga chioma.
Júlio César, difensore brasiliano, solo omonimo del connazionale che anni dopo avrebbe vinto tutto difendendo la porta dell’Inter.
Juventus FC 1992-93, incredibile che una squadra del genere abbia vinto solo (si fa per dire) una Coppa Uefa.
Juventus-Roma del 27 settembre 1992, tabellini e highlights.
Andreas “Andy” Möller, centrocampista tedesco dalle spiccate doti offensive, ha fatto parte della nazionale tedesca campione del mondo a Italia ’90, la prima rappresentativa della Germania unita dopo il crollo del muro di Berlino.
Roberto Muzzi, sarebbe potuto passare alla storia per aver posto la firma su una delle rare vittorie giallorosse in casa della Juve, invece no. Un’onesta carriera da discreto realizzatore in piazze di medio-alto livello, in seguito allenatore nel settore giovanile della Roma da cui lui stesso proveniva, i tifosi romanisti lo ricordano soprattutto per un altro aspetto: essere di fede laziale. Sarebbe troppo facile, ora, ironizzare sul fatto che è per tale motivo che non fu in grado di segnare quel goal.
Angelo Peruzzi, prodotto del vivaio giallorosso, è stato uno dei più forti portieri italiani dagli anni ’90 in poi. Autore di grandi prestazioni in prima squadra fin da giovanissimo, faceva supporre che con lui la Roma avrebbe risolto il problema del portiere per almeno un decennio. Invece si ritrovò coinvolto in uno sciocco problema di doping, restò fermo per squalifica e venne poi scambiato con la Juventus in cambio di Haessler. Un vero peccato. Se non altro, si rese suo malgrado protagonista di uno dei goal più belli segnati da Checco in Serie A: il “cucchiaio” da fuori area che suggellò il 5-1 finale nel derby del 10 marzo 2002, nel quale Angelone nostro stava fra i pali di quell’altri, gli sbiaditi.
Ruggiero Rizzitelli, bomber di razza, giocatore generoso come pochi, è legato al mondo romanista da un grandissimo affetto, pienamente ricambiato. Core de Roma pur non essendo romano. Daje sempre Ruggiè!
Stadio Delle Alpi di Torino, rimane tuttora il secondo impianto in cui ho assistito al maggior numero di partite. Il primo è l’Olimpico di Roma, of course.
Zona Cesarini, antica (in termini calcistici) quanto durevole locuzione che sta a indicare gli ultimi minuti di partita.
Pingback: Quindici e sedici | Julian Vlad