
(Riassunto delle puntate precedenti: dapprima zzzz, poi wow, infine boom. Quando il fumo si diradò, le cose erano cambiate per sempre.)
Iniziarono i giorni e le notti in ospedale.
Una delle prime sere, in infrasettimanale, Borriello realizzò l’uno a zero contro il Chievo fissando a dieci il record di vittorie di fila dal nastro di partenza.
La domenica successiva io e il mio vecchio saremmo dovuti andare a Torino a vedere la trasferta contro i granata, unendoci per la prima volta dopo molto tempo al pullman del Toro Club di Bra, insieme a uno degli organizzatori che è un nostro vicino di casa. Avevo già comprato i biglietti, ma ovviamente non andammo. Al “nonno”, per tranquillizzarlo, dissi che ero riuscito a rivenderli on-line, ma non era vero. Non avevo testa né tempo per pensare a recuperare quei quattro soldi. Le mie preoccupazioni in quel momento erano altre, come puoi ben immaginare.
Il mio vecchio non è tifoso, ma il calcio gli garba ed era abituato da sempre a guardare le partite insieme a me. Qualche volta è anche venuto allo stadio, strano a dirsi ma sempre e solo contro la Juve. Sarebbe stata la prima occasione in cui avrebbe assistito dal vivo a un Torino-Roma e, come in un beffardo disegno del fato, la striscia di vittorie si interruppe proprio quella sera, alla partita a cui non andammo per cause di angosciosa forza maggiore.
A ripensarci, la cavalcata della Roma, che in quell’inizio di stagione pareva inarrestabile pure in qualche episodio fin lì favorevole, in un certo senso fu sovrapponibile alla mia, di cavalcata personale; che in quelle stesse settimane sembrava parimenti inarrestabile. Il fatto è che certe serie vincenti, semplicemente, non posso durare per sempre, e ancor meno possono crescere all’infinito. Era solo questione di tempo prima che spuntasse fuori, all’improvviso, un ostacolo malandrino, o che cadesse qualche sassolino nell’ingranaggio.
Nel mio caso, come già più volte sottolineato, non fu un sassolino ma una mina. E mi rendo conto che può sembrare ti stia raccontando tutto questo come di una disgrazia successa a me, anziché alla mi madre, porella. Il fatto è che in una certa misura fu proprio così. Lei si beccò il danno massimo e la sua vita ne rimase compromessa e stravolta fino alla fine dei suoi giorni. Io fui una vittima collaterale, e la mia vita rimase da lì in poi dedicata alla cura di quella di lei, fino alla fine dei suoi giorni. La mia, come quella del “nonno”.
Il primo sassolino negli ingranaggi della Roma, invece, si concretizzò in una sbracciata di Meggiorini su Benatia – non rilevata da un Banti in pessima serata – che permise al granata di riconquistare il pallone all’altezza dell’area di rigore nostra e di mettere in mezzo un centro facile per Cerci (too ricordi Cerci? Figurati che, fino a ora, conservavo il falso ricordo che a segnare fosse stato Immobile; sono sollevato al pensiero che almeno quella beffa, nella circostanza, ci fu risparmiata: meglio il classico goal dell’ex piuttosto che del futuro bomber di quell’altri, i periferici); segnò Cerci, dicevo, giungendo di sottomisura a pareggiare il vantaggio iniziale di Kevin. Dopodiché, due falli da rigore per noi di cui uno su Mire piuttosto evidente, ugualmente non rilevati da una terna arbitrale affetta da timidezza collettiva – episodi che al giorno d’oggi avrebbero almeno comportato una VAR-review, e poi chissà – completarono la serata.
Mio padre prese malissimo tutta la faccenda, e non mi riferisco certo alla partita.
Cosa più che comprensibile, ma non solo nel modo che da lui mi sarei potuto aspettare. Da molti dettagli, fin da quei primi giorni, ebbi chiaro che quella volta si era spezzato anche lui, e di brutto.
Non si è mai ripreso del tutto.
Orbene, mio caro Dave, giunti a punto questo forse è opportuno staccare e prenderci una piccola pausa dal racconto principale.
In precedenza avevo accennato all’Abisso (non l’arbitro, si capisce, lo scrivo con l’iniziale maiuscola giusto per conferire al termine un’aura di mistero, chiamiamola un’entità oscura). Credo sia il momento di riparlarne e, anche, di introdurre un altra entità, o elemento che dir si voglia: la Barriera.
A presto,
Bill
CREDITS, NOMI E RIFERIMENTI:
Federico Balzaretti I periferici Kevin La prima squadra di Torino La seconda squadra di Torino Mire Roma (associazione sportiva, daje sempre)
e poi
Rosario Abisso, arbitro di calcio. Non mi ricordo altro di particolare su di lui, quindi forse è uno di quelli bravi. L’arbitro migliore è quello che non si nota.
Luca Banti, ex arbitro di calcio. Ha di certo avuto serate migliori. In fondo non è colpa sua se non mi ricordo quali.
Medhi Benatia, ottimo difensore, fece una sola stagione davvero degna di nota (quella disputata con noi, of course; le altre, ‘sti cazzi.)
Marco Borriello, attaccante di un certo pregio con un aspetto da bello e dannato. Ancora ci si ricorda di quella volta che venne colto a vantarsi di aver segnato venticinquemila goal, ma sono pronto a giurare che siano stati qualcuno di meno.
Michael Bradley, un americano a Roma.
Chievo Verona, è stata una bella favola finché è durata; anche se, negli ultimi anni, aveva smesso di proporre calcio e si limitava a catenaccio e contropiede, dunque lo si rimpiange solo a metà.
Alessio Cerci, ex giovane promessa romanista, core ‘ngrato di una sera autunnale.
Ciro Immobile, attaccante piuttosto prolifico, tranne che in nazionale, vai a sapere perché. E pensare che l’azzurro se lo dovrebbe sentire familiare, indosso, ma si vede che quello degli Azzurri non è abbastanza sbiadito.
Riccardo Meggiorini, discreto centrocampista, onesto gregario, bravo ragazzo; ha segnato vari goal contro la Juventus, li ho apprezzati tutti.
Pingback: In ginocchio sui Ce(r)ci | Julian Vlad
Certi dolori cambiano la vita. E’ difficile superarli del tutto, anche quando non ci sono più. Ci si sente traditi dalla vita, e persino dalla persona amata. “Perché si è ridotta così? Perché mi ha abbandonato?” Per fortuna, con il tempo, tutto si attenua e si sfuma. Ma le cicatrici restano.
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Sicuramente. É in primo luogo difficile accettarli, dopodiché anche quando li si supera (in un modo o nell’altro, in questo caso nell’altro, poiché è venuto a mancare il soggetto oggetto di quel dolore) non li si supera davvero del tutto.
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